Dott. Giuseppe
Buon giorno.
Ho letto il suo libro. Complimenti per la scrittura che ho trovato avvincente evocativa e poetica. Il contenuto poi mi è molto piaciuto perché in tante difficoltà fa emergere la forza vincente dell’Amore.
Le comunico un sentimento strano che ho provato leggendo. Quello di una persona che in piccolo e da lontano ha partecipato alla vostra storia che ora viene a conoscenza di tanti particolari.
Complimenti, un abbraccio.
Dott. Giuseppe
GLI EROI DI TELETHON
E’ stato per caso che ho ritrovato questo video su YouTube. Un video realizzato da Telethon per essere proiettato durante la Maratona sulle reti Rai nel 2011. In questo video ci sono persone a me care. Prima di tutto rivedere e ascoltare Giovanni mi ha molto emozionata. Ci sono le testimonianze di Aurelio e Giulio (carissimi amici di Fabrizio). Infine, in studio, il caro Fabrizio Frizzi, conduttore della Maratona scomparso troppo presto. Sono certa che farà piacere rivedere il video; anche a chi non ebbe l’opportunità di vederlo allora, in quel lontano 2011.
L’usanza del “panaro” nei vicoli di Napoli
Nel mio libro descrivo l’usanza del “panaro” nei vicoli di Napoli. Prendo spunto dall’acquisto del nuovo panaro, di mia “sorella” acquisita Lucia, per riproporvi il piccolo pezzo molto gradito dai miei lettori. Grazie Lucia delle foto del tuo nuovo “panaro” che, come dice l’ambulante… ma che bbellu panare ca tenite…
“Ma le tradizioni, quelle restano e basta passeggiare per questi vicoli per ritrovarle. C’è un’usanza che ancora resiste in quei quartieri ed è: ‘o Panaro!
Il paniere non è altro che un cesto di vimini, o di plastica, legato ad una corda lunga quanto dista il balcone o la finestra dal portone principale. È un modo pratico per far arrivare su la spesa; le chiavi o il casco del motorino; le chiavi della macchina e tutto ciò che si dovrebbe prendere rifacendo le scale in salita e in discesa. Ma il paniere serviva anche per ritirare la merce direttamente dall’ambulante e non mancavano le battute che facevano sorridere tutti.
In genere l’ambulante dava la voce e poi chiamava le donne con:
“Signo’ acalate ca io rimane nun ce venghe”…
ma che bellu panare ca tenite…
è tutta rrobba fresche venene a int’o’ ciardine e mammà…
Oggi anche gli ambulanti si sono adeguati e prima di arrivare mandano un Whatsapp alle clienti affezionate che Wanda si fanno trovare pronte con il loro “panaro” per ritirare la
merce.
Tutto si evolve, però è bello pensare che la tecnologia possa servire anche a questo; a qualcosa che ci riporta nel passato e che resiste nel tempo…”
Tratto dal libro “Mai avrei immaginato…”
La sorpresa di Gianni
Il nostro giardino
Giorni fa ho sentito Gianni, mi ha detto che è stato nel nostro giardino.
Dopo tanti anni, ha sentito l’impulso di andare a vedere la nostra casa. La sua curiosità, nel rivedere quei luoghi, sarà dovuta forse alla lettura del mio libro? Chissà.
La casa della nostra infanzia, dove siamo nati e cresciuti. Quel giardino circondato dai palazzi del 1930..
Anche per me sarebbe importante ritornare a rivedere quella casa, quel giardino. I luoghi che mi hanno accompagnata nel passare dall’infanzia all’adolescenza. Mi rivedo bambina, e poi una giovane donna curiosa e, perché no, anche carina. Mi vengono in mente tanti ricordi.
Ecco che zia Maria ci chiama. È l’imbrunire e dobbiamo smettere di giocare. Dobbiamo salire per la cena, e prima che arrivi mia madre dal lavoro. Lei non vuole che io stia in giardino a giocare con i maschi. Con i miei giochi da maschiaccio mi sbuccio le ginocchia e mi sporco sempre il grembiulino. Molto spesso si strappa e zia Maria è pronta per rammendarlo. “Presto, presto che sta per arrivare tua madre…”
Sono diventata un’adolescente con poco charme ma, non so perché, i ragazzi mi guardano e gli piace parlare con me. La finestra della stanza da pranzo dà sul giardino. Con le persiane socchiuse guardo il cancello da dove spunterà il ragazzo che viene a trovarmi. Sono ansiosa e mi accorgo di avere il cuore che batte forte. La sera poi ci ritroviamo a parlare sui muretti esterni del giardino. Siamo in tanti, abbiamo la stessa età, qualcuno più grande di pochi anni e sono quelli che mi piacciono di più. I primi amori. Le prime conquiste, i primi baci candidi dati senza malizia. Ora mi sento veramente grande. Non mi sbuccio più le gambe, e non strappo il grembiulino. I miei vestiti sono larghi con la sottogonna di organza e mi fanno sembrare più grande anche se non ho niente che faccia pensare ad una donna.
È giunto il primo giorno di lavoro. Sono contenta. Un mondo si sta aprendo per me. Mi sento importante guardando le mie compagne che continuano ad andare a scuola. Mi sento una donna, come quelle delle riviste femminili: la borsa, il vestito attillato e le calze. Mi muovo con grazia e cerco di evitare di cadere… con quel tacchetto…
Le strade: Via Leone Marsicano, Via Francesco Capecelatro nel Rione Materdei. Riprendo il cammino verso la piazzetta per andare al lavoro. Molto spesso a piedi, nello scendere per Via Matteo Renato Imbriani e Via Salvator Rosa. Saluto tutti quelli che incrocio. Ci sono le botteghe rionali che hanno alzato le serrande. Conosco tutti e il mio saluto non manca mai mentre gli passo accanto.
“Buongiorno zio Salvatore, buongiorno Anna, ciao zia Maria, ciao zio Ciro, ciao Gelsomina…”
È il mio credo salutare tutti. Così mi ha insegnato il nonno:
“Dovete salutare sempre quando incrociate le persone. Per educazione, ma anche perché ricevere un saluto illumina la giornata. Il saluto è dell’Angelo…”.
Quelle botteghe, e quelle persone, non ci sono più. Eppure, ancora ho negli occhi i loro sorrisi al mio passare e la mia allegra spensieratezza nel salutare. La stessa spensieratezza che mi accompagnava nell’andare al lavoro. Giorni sereni, giorni felici.
Prima o poi andrò a rivedere quei luoghi a me tanto cari.
Sì, prima o poi ci andrò.






